Valentina De Rosa

Valentina De Rosa nasce a Napoli nel 1984, dopo aver studiato pittura, si è specializzata in fotografia come linguaggio d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Ha esposto in alcune mostre collettive tra cui “Seconda Biennale dei giovani fotografi” - Bibbiena; “IX Premio Nazionale della Arti” - Accademia di Belle Arti di Brera; “X Premio Nazionale delle Arti” - Accademia di Belle Arti di Bari; "Fotoconfronti OFF 2015" - Bibbiena; "The Darkroom Project Exibition 5" - Tevere art gallery di Roma; "Smart up Optimas premio di arte contemporanea" - Napoli; "Premio Arte Laguna 15.16" - Arsenale di Venezia; "VI edizione dell’Expo di arte contemporanea di Marche Centro d’Arte" - San Benedetto del Tronto. Ha esposto in alcune mostre personali tra cui “Myosotis” presso Villa Monteturli di Firenze; “Mono no aware” al Centro per la fotografia Vivian Maier di Campobasso. Usa l’obiettivo della fotocamera come un dizionario attraverso il quale traduce il panorama contemporaneo e quella psicologia sociale determinata da strutture culturali sedimentate nei secoli, da nuovi stimoli esalati dal mercato globale e da processi di involuzione uniformanti. Oggi frequenta lo studio del fotografo Antonio Biasiucci dove è impegnata nell’ approfondimento del metodo di ricerca fotografica personale.

"Villa Monteturli"

Valentina De Rosa insegna fotografia nella scuola e ha puntato l’occhio ai margini dei margini: Villa Monteturli, a Firenze, è una struttura del XV secolo che ospita trentasei persone, uomini e donne tra i 14 e i 60 anni, gravemente disabili, con encefalopatie congenite o acquisite portatrici di deficit motori, psichici, mentali e sensoriali. De Rosa comincia a frequentare Monteturli nel 2013. Le sue fotografie elaborano lo schiaffo psicologico ricevuto dall’incontro e quell’onda d’urto che ne fuoriesce. Il colore acido e la geometria temperano corpi e volti, il set ripetitivo e semplicissimo, la persona al centro dell’inquadratura, aprono diversamente alla vita disabile: una possibilità, una variabile incontrollabile della bellezza e della vita, stravolgendo i connotati e la percezione ordinaria della realtà. Qui si guarda negli occhi l’energia vitale e trasgressiva della disabilità totale, si percepisce la disarmità totale e la fiducia dei protagonisti, incosciente ed estrema nella salvezza di un’immagine. Non c’è un dramma da denunciare, si evade dalla tradizione del reportage che in Italia ha visto lavori fondanti come quelli di Luciano D’Alessandro, di Berengo Gardin e Carla Cerati. De Rosa si pone accanto all’uomo in silenzio, affianca la mitezza degli ospiti, li dota di uno sguardo incantato. Li trasfigura in volti parlanti, sculture dalla gestualità potente, Prigioni liberati della pietra senza forma, riscattando una vita tormentata e scandita da cure e medicine, silenzi e pianti. Prevale la vita che ti sceglie e l’occhio che sceglie la vita nella sua fragilità.

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